Diversi studi scientifici hanno dimostrato già da anni come i nostri cervelli siano biologicamente disegnati e predisposti a rispondere ai comportamenti di cura, gentilezza e attenzione da parte degli altri. Le emozioni positive, l’affetto, il calore umano sembrano essere basilari per la salute dell’individuo, nelle differenti fasi della nostra vita (Cozolino 2007).

La Terapia Focalizzata sulla Compassione, (TFC), è un nuovo approccio psicoterapeutico che si basa sulla modulazione di sistemi motivazionali e affettivi, connessi all’attaccamento e al care-giving (prendersi cura), la cui attivazione garantisce un cambiamento nel paziente.
Anche in psicoterapia quindi si è fatta sempre più̀ strada l’idea che qualità come la gentilezza, l’empatia e l’accettazione dell’altro non siano soltanto un “contorno” in cui dispiegare le diverse tecniche di intervento ma che possano, invece, costituire un ingrediente attivo del cambiamento.
Questo nuovo approccio psicoterapeutico è riconducibile alle cosiddette terapie cognitivo-comportamentali della terza generazione, definito Compassion Focused Therapy (Terapia Focalizzata sulla Compassione, TFC; Gilbert 2007a, 2010).

Ci sono alcune pratiche della TFC che sembrano specificamente orientate a facilitare l’accettazione e potrebbero quindi costituire un utile strumento a livello terapeutico.
Alcuni elementi che possono facilitare il processo di accettazione sono contenuti negli esercizi base della Mindfulness (in particolare della focalizzazione sul respiro) che costituiscono il punto di partenza del training della mente compassionevole (TMC). Non ci sono delle differenze sostanziali con gli esercizi di mindfulness utilizzati in altri ambiti, se non per la particolare rilevanza che nella TFC viene data al “come” vengono svolti (ad esempio a come invitiamo noi stessi a tornare nel momento presente dopo che ci siamo accorti che la nostra mente si è distratta dall’esercizio).
Nella CFT si spiega al paziente quanto sia naturale che la mente vaghi e sia catturata, anche di continuo, da pensieri e idee ossessive. Il vero esercizio è dunque quello di osservare e, con gentilezza, tornare a focalizzarsi sul respiro, senza pretendere da noi stessi una fissità̀ attentiva che è tanto impossibile quanto nociva.

Il paziente è invitato a non avere “nessuno scopo” durante l’esercizio se non quello di osservare con curiosità̀ tutto ciò̀ che succede mentre cerca di fare una cosa apparentemente semplice come concentrarsi sul proprio respiro. Esercizi di questo tipo possono rappresentare esperienze importanti di “accettazione incondizionata di quello che c’è” e delle diverse manifestazioni del nostro essere, partendo da una condizione molto semplice come il flusso respiratorio.

Tutte le tradizioni di mindfulness suggeriscono di condurre questo esercizio con gentilezza, senza alcuna forma di aggressività̀ nei confronti “dei pensieri che sfuggono”. L’elemento di “gentilezza” verso questa innata tendenza della mente sembra una caratteristica che facilita il processo di accettazione del “qui ed ora” proposto dagli esercizi di mindfulness.

Tratto dall’articolo Di Nicola Petrocchi e Alessandro Couyoumdjian