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Il COVID-19, in quanto evento imprevedibile e incontrollabile, è un vero e proprio stress test psicosociale, e non “solo” una malattia di interesse infettivologico e rianimatorio.

Anche senza essere contagiati, il virus è comunque in grado di attivare gli assi dello stress e far produrre cortisolo e adrenalina.
E a livello collettivo? La collettività è stata scossa da immagini inconsuete e da limitazioni della propria libertà a volte non comprese e spesso anche mal tollerate.

La teoria dei neuroni a specchio ci può spiegare dove nasce quella capacità di entrare in risonanza con l’altro che soffre e di creare un’immagine mentale e corporea delle sensazioni altrui. Schemi mentali che portano a somatizzare ciò che vediamo avvenire nell’altro e che, in termini neuro endocrini, portano alla produzione dei medesimi ormoni dello stress, soprattutto se c’è un legame con la persona che soffre.
Fa parte di quella che Daniel Siegel definisce la Neurobiologia del NOI, ossia il concetto per cui l’architettura sinaptica del nostro cervello si costruisce nel tempo grazie alle esperienze di relazione che capitano dal momento della nascita in avanti: stili di attaccamento alla madre, educazione, cultura sociale…

Analizzare il COVID come un evento stressante a livello sociale, come una vera e propria minaccia per l’individuo e per la società, ci porta a riflettere sull’empatia, quella facoltà che tanti individui, semplici cittadini e massimamente gli operatori sanitari, si sono trovati a sperimentare nella prossimità diretta o indiretta ai malati di COVID o a chi ne ha comunque subito serie conseguenze. Pensiamo per esempio ai bambini separati dagli amici o a chi si è visto cadere in disgrazia economica.
E’ proprio la capacità di entrare in risonanza con l’altro che spinge a gesti di solidarietà che aiutano a superare momenti di crisi; ma quando lo stato di crisi perdura e se lo stimolo stressante si cronicizza, a subirne le conseguenze non è solo chi ne è coinvolto in prima persona ma anche chi è vicino, chi se ne prende cura.

La fase 2, quindi, può portare con sé il rischio di burn out di chi non si è adeguatamente corazzato.
La chiave per uscirne sembra essere la COMPASSIONE, che nasce dall’empatia ma contiene in più il desiderio di alleviare la sofferenza e la messa in atto di comportamenti volti a questo fine.
Vivere la compassione aiuta a non soccombere del dolore altrui, a mantenersi proattivi. Non solo una pacca sulla spalla, ma anche una presa sotto braccio per fare un pezzo di strada assieme. Sembra un controsenso, sembra di perdersi, ma gli studi di laboratorio e le tecniche di neuroimaging funzionale ci mostrano che chi fa mental training sulla compassione e quindi si esercita a sperimentare sentimenti di gentilezza, di amorevolezza, avverte un minor carico di stress, produce meno cortisolo e attiva circuiti cerebrali che hanno a che fare con l’appagamento più che con il dolore.

Inoltre la compassione si intende anche rivolta verso se stessi, quindi prendersi cura di se stessi anche mentre si è protesi all’altro.

Ma come possiamo “praticare” la compassione?
Rispettando il bisogno di sonno, la sana alimentazione, le giuste calorie per fronteggiare la spesa energetica che lo stress evoca, l’attività fisica costante, almeno una conversazione significativa al giorno e non solo scambi di stereotipi, il tempo per una buona lettura, il tempo del gioco-divertimento, una risata, dare spazio alla propria interiorità…

Il centro conCura è aperto per dare ascolto e supportare le persone nel giusto recupero di energie fisiche e mentali. Inoltre proponiamo anche percorsi di Mindfulness sulla compassione.
Contattaci per prenderti cura di te stesso (e degli altri).