fbpx

Fase 2.1: il passaggio dal “curare” (per guarire) al “prendersi cura”

Al fronte, nella guerra al coronavirus si sono sperimentate le angosce di morte della pandemia.
La psicologia sa quanto destabilizzi l’incertezza e si interroga su “come finirà quando finirà”. Cresce la consapevolezza che tamponare gli stress da guerre, catastrofi, migrazioni, violenze di massa è fondamentale, ma non basta. La psicologia dell’emergenza deve avere in sé anche una dimensione progettuale e va pensata insieme al dopo: cosa sarà di donne e uomini segnati nel corpo e nell’anima, come è possibile ricostruire la psiche, oltre all’economia? La sfida al Covid-19 sta nella cura che contenga in sé un’immagine del domani.  A oltre due mesi dall’impatto di #iorestoacasa emergono alcune indicazioni per il lavoro che ci attende.

La riumanizzazione delle cure.

Alla psicologia tocca operare un riequilibrio psichico di singoli e società
dopo lo tsunami del contagio che ha trasformato le certezze in precarietà,
messo in discussione modelli di sviluppo, mete sociali, stili di vita. Gli eventi
tragici e complessi di questi mesi hanno ricollocato le persone al centro;
restituito al soggetto il ruolo di protagonista. Ma in un’epoca storica in cui è
colui che cura che viene “messo al centro” sembra difficile pensare che
debbano essere i pazienti, i protagonisti.
Lo stress e la sofferenza inoltre (di chi cura) non aiutano a porsi in questa
prospettiva anzi, la limitano sensibilmente.
Il concetto di umanizzazione delle cure nasce dalla consapevolezza che i
pazienti non hanno bisogno solo di prestazioni diagnostiche e terapeutiche, ma presentano anche esigenze emotive e sociali, che devono essere comprese alla stessa stregua dei sintomi della malattia
normalmente considerati.

Ci sono già alcuni esempi in questo senso; il progetto HuCare –
“Humanization in Cancer Care”, ad esempio, intende promuovere la
umanizzazione dell’assistenza offerta ai pazienti oncologici in Italia.
La letteratura dimostra infatti che una proporzione considerevole di pazienti
con patologie croniche sviluppa disagio psicologico (ansia e/o depressione) e
che spesso i pazienti ritengono di non ricevere attenzione sufficiente circa i
diversi aspetti della loro malattia. La dimensione psicosociale, emotiva,
relazionale della malattia risulta strettamente correlata alla dimensione
medica: di fatti, è stato dimostrato che influenza molteplici aspetti quali i
sintomi, la capacità di affrontare la malattia, il coinvolgimento decisionale del
paziente, il suo grado di soddisfazione e l’adesione terapeutica” (dal
“Manuale operativo per la Umanizzazione del percorso del paziente
oncologico” Progetto HuCare).

Attraverso l’umanizzazione delle cure si vuole migliorare lo stato psicosociale dei pazienti intervenendo su tre grandi aree:

  1. il miglioramento della comunicazione e della relazione tra paziente e operatore sanitario;
  2. la soddisfazione del bisogno del malato di comprendere ciò che accade;
  3. il rilevamento tempestivo di distress psicologico.

Anche in tempi di emergenza è possibile farlo.
Ma non è sufficiente curare la malattia?
No, se si vuole essere una società moderna e intelligente, non è sufficiente.
Sia per ragioni epidemiologiche che per l’evoluzione del concetto di buona
medicina da “disease centered” a “patient centered”.
La medicina “disease centered” è ciò che i sanitari sono abituati a vedere
facendo riferimento a qualità oggettive legate al cattivo funzionamento dei
processi biologici, fisiologici e chimici del corpo. La medicina “patient
centered” pone l’enfasi
, più che sul guarire sul prendersi cura.

Ma che cosa significa passare dal guarire al prendersi cura?

Significa il rispetto dei valori, le preferenze, i bisogni, le cure integrate,
l’attenzione non valutativa al vissuto soggettivo del paziente.

Significa capire il malato, sperimentare empatia e compassione, sforzarsi di comprendere l’esperienza dello star male vissuta dalla persona che abbiamo davanti. Fa riferimento al significato della malattia da parte del paziente.
Paradossalmente -ma forse no- la medicina centrata sul paziente attraverso
l’umanizzazione delle cure mette in luce, fuori da ogni slogan eroico che
tende alla banalizzazione, la grande verità dell’asimmetria della relazione di
cura.
E quindi le sue implicazioni con l’etica, con la responsabilità, con
l’autodeterminazione che sfugge ai protocolli e in cui ci si ritrova, spesso, a
confronto con se stessi soltanto.
Se curi la malattia puoi vincere o perdere. Se curi il malato vinci sempre.
(P. Adams)
La differenza tra guarire e prendersi cura è la stessa che c’è tra
comportamenti e mentalità. I primi possono essere straordinari, ma tendono
ad esaurirsi; la mentalità invece è una visione del mondo, un approccio alla
vita e agli altri.
Se la solidarietà e la vicinanza non sono stati “di una stagione” ma ci hanno
insegnato un modo nuovo di guardare, allora la fase 2.1 potrebbe essere
l’inizio di un nuovo umanesimo.

Il centro conCura è aperto per dare ascolto e supportare le persone nel giusto recupero di energie fisiche e mentali.
Inoltre proponiamo anche percorsi di Mindfulness sulla compassione.
Contattaci per prenderti cura di te stesso (e degli altri).