La rapida diffusione delle patologie tumorali e l’impatto notevole che queste hanno avuto sulla mortalità e sulla qualità della vita hanno promosso un ampio lavoro di ricerca per stabilire quali fossero i fattori che contribuissero da un lato al fenomeno della carcinogenesi e dalla crescita tumorale, dall’altro a favorire la regressione della malattia e l’aumento della qualità della vita.
In tale ambito ha assunto rilevanza l’indagine dei fattori psicosociali e di come questi ultimi intervengono nei processi neurobiologici, nell’ottica di un superamento dell’approccio specialistico tradizionale e a favore di uno sguardo focalizzato sulla
valutazione integrata e multidisciplinare dei bisogni per promuovere dignità, qualità di vita e salute.
La diagnosi di cancro rappresenta un’esperienza traumatica che altera i processi omeostatici fisiologici, distorce i processi percettivi e sostituisce i comportamenti sociali spontanei con reazioni di difesa.
Quali interventi clinici consentono di intervenire su queste problematiche e che cosa è importante nella pratica clinica sapere al fine di facilitare l’attivazione di processi di salute?
Cosa significa stabilire un legame sicuro che permetta la relazione d’aiuto con un paziente oncologico?
Significa innanzitutto favorire la neurocezione della sicurezza.
La neurocezione si colloca, sulla linea del tempo, prima dell’interocezione. L’interocezione è una valutazione istantanea delle
informazioni somatosensoriali che arrivano dall’interno del corpo: è fatta di intuizioni che ricaviamo sullo stato interno del corpo e che poi esprimiamo in forma esplicita e narrativa (ho fame, ho sonno, sono agitato).
La neurocezione invece rappresenta una valutazione -fatta al di fuori della coscienza– a riguardo della pericolosità e del livello di minaccia di un determinato ambiente o stimolo, che facciamo per ragioni di sopravvivenza.

Il neurofisiologo Stephen Porges, nella Teoria Polivagale, descrive l’evoluzione del sistema nervoso e spiega le reazioni dell’uomo in situazioni di pericolo; egli mette in relazione il funzionamento del sistema nervoso autonomo con il comportamento sociale, sottolineando l’importanza delle relazioni interpersonali e del senso di sicurezza come fattore protettivo per le psicopatologie.
L’attivazione immediata del sistema di difesa genera una risposta che non è mediata dalle zone corticali e dalle funzioni superiori, ma si sviluppa nella parte evolutivamente più antica del cervello, il tronco encefalico. Egli chiarisce come la neurocezione permetta un rapido screening del livello di minaccia di un determinato stimolo, così da attivare differenti forme di risposta neurofisiologica in risposta allo stimolo stesso. La neurocezione ci permette di valutare in modo istantaneo il grado reale di aggressività nella prosodia vocale di un genitore che ci riprende; oppure, ad esempio, il “senso di sicurezza” che
si avverte quando entriamo in uno studio medico. Risponde a un mandato evolutivo antico, primario, che potremmo riassumere in “cerca luoghi sicuri”.

Porges riflette sul fatto che il bisogno di sicurezza potrebbe evoluzionisticamente porsi in modo precedente o prioritario rispetto al bisogno di attaccamento. La valutazione della sicurezza, potrebbe essere il primo, centrale atto di auto-conservazione: è il “nullaosta” neurocettivo che potrebbe far sì, in un secondo momento, che l’individuo getti le basi per uno scambio comunicativo, relazionale. Per questo, egli chiama questi aspetti preambolo dell’attaccamento, a chiarire come il senso di sicurezza percepita preceda e sia propedeutico alla possibilità di interagire con un altro essere umano.

Ci sono alcune buone prassi cliniche per progettare e favorire il “nullaosta” neurocettivo così da consentire, a cascata, migliori
interazioni: il contatto oculare, la postura, i gesti, il contatto fisico congruo, il tono della voce ma anche l’attenzione agli aspetti sonori e luminosi di un luogo di cura, la posizione delle vie di fuga; quelli citati sono elementi che dovrebbero costituire il primo movente da parte del clinico, poiché, senza senso di sicurezza percepita, non si può accendere un buon legame terapeutico.