Secondo un’indagine condotta dal gruppo di ricerca MUSA del Cnr-Irpps, la pandemia da Covid-19 ha impattato negativamente soprattutto sulle donne, sia a livello psicologico che lavorativo (è significativo anche l’aumento delle violenze domestiche).
A partire da fine marzo 2020, il gruppo di ricerca MUSA dell’Istituto di ricerche sulla popolazione e le politiche sociali del Consiglio nazionale delle ricerche Cnr- Irpps, tramite l’Osservatorio Msa-Covid-19, ha condotto due indagini che mirano a
esplorare, analizzare, e proporre previsioni circa gli effetti psicosociali della ridotta interazione sociale e della prolungata convivenza abitativa.
Lo studio, che ha originato tre articoli sulla rivista internazionale European Review for Medical and Pharmacological Sciences, riguarda la dimensione interpersonale, psicologica ed economica del distanziamento sociale.
In totale sono state raccolte oltre 140.000 interviste nella prima indagine e circa 5.000 nella seconda (indagine di confronto), con una copertura territoriale che si estende a tutte le regioni di Italia. La terza fase di studio degli effetti psicosociali ed economici conseguenti alla pandemia è stata invece avviata lo scorso 25 novembre, in occasione della Giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne.
La ricerca ha evidenziato, in questa fase di costrizione, un’elevata quota di incertezza per il futuro, che riguarda indistintamente tutti, ma in particolare le donne. Gli effetti collaterali del distanziamento sociale sono numerosi e interconnessi. Sotto il profilo emotivo, per esempio, è stato osservato che le emozioni complessivamente dominanti sono la tristezza, la paura, l’ansia e la rabbia. Ricorrono spesso forme di disagio connesse all’assenza di rapporti con il mondo esterno. Tra questi anche l’aumento di stati depressivi, disturbi di tipo alimentare e abuso di alcool.
Come emerge dalle indagini svolte, molte scelte individuali (anche semplicemente su come passare il tempo) sono condizionate da una visione stereotipata dei ruoli sociali.
In altre parole, si tende ad attribuire ad altri o ad accettare per sé stessi una serie di comportamenti «canonici».

«Il perdurare del lockdown – dichiara Antonio Tintori, ricercatore del Cnr-Irpps – ha rafforzato l’idea stereotipata verso il genere, al punto da determinare una scansione dei compiti domestici a maggiore discapito delle donne e conducendo a ipotizzare che il periodo di incertezza abbia offerto una sorta di modello comportamentale di rifugio. Almeno 3 soggetti su 10 hanno visto l’isolamento forzato come il momento in cui la donna ha potuto riacquistare ‘il suo ruolo naturale di madre e moglie’. È emersa, inoltre, la tendenza a ritenere l’uomo degno di maggiori attenzioni, ad esempio la possibilità di uscire più spesso della donna per sopperire a varie esigenze domestiche. Abbiamo infine notato come tra le due indagini sia aumentata la quota di donne che accettano l’idea stereotipata dei ruoli di genere, così testimoniando la grande forza di persuasione di questi condizionamenti, che nell’attuale momento di crisi si configurano come un modello comportamentale a cui le donne non hanno forza e risorse per sottrarsi».

Che cosa provoca tutto questo? Le convinzioni dettate da una visione condizionata dei ruoli sociali, stanno talvolta alla base di episodi di violenza: lo stereotipo si trasforma in pregiudizio, che a sua volta diventa discriminazione e poi violenza.

«Nella primavera 2020, durante il lockdown – spiega Antonio Tintori – la convivenza forzata tra partner ha riguardato quasi il 60% degli intervistati a livello nazionale. Tra questi, oltre il 15% ha vissuto con figli piccoli e circa il 50% con figli con età pari o
superiore a 12 anni. Non mancano conferme di alcune conseguenze negative dell’isolamento conseguente a Covid-19, come ad esempio il triplicarsi di chiamare al numero verde 1522 contro le violenze domestiche e lo stalking nel periodo marzo- ottobre 2020».

La ricerca del Cnr-Irpps suggerisce in sostanza un quadro di sofferenza sociale e di di-stress dovuto anche all’aggravarsi delle condizioni economiche di molte famiglie, che ricade soprattutto sulle donne.
Il distress cronico può essere considerato uno dei principali fattori che influenzano i fattori di rischio e che mettono a rischio la salute fisica e mentale di un individuo.
Lo stress colpisce le donne in maniera diversa dagli uomini.
La risposta allo stress femminile coinvolge principalmente il sistema limbico, inclusi il corpo striato ventrale, putamen, insula e corteccia cingolata anteriore; è coinvolta anche la corteccia prefrontale destra che ha la funzione di regolare la corteccia
cingolata anteriore e l’iperattività del sistema limbico. Nella risposta allo stress è coinvolta anche la particolare struttura neuro-ormonale delle donne.
I dati della ricerca fanno pensare che il prezzo che le donne pagano sia alto; il distress emotivo e comportamentale a cui le donne sono maggiormente esposte è correlato a molte patologie e rappresenta l’anello principale che agisce dietro alla insorgenza dei fattori di rischio attraverso l’influenza dei cambiamenti dello stile di vita; lo stress emotivo è la causa più frequentemente segnalata dalle donne prima dell’insorgenza di una sindrome coronarica acuta ad esempio. Inoltre, lo stress sembra alterare la composizione del microbiota intestinale e può anche innescare disturbi dell’umore come ansia e depressione; ci sono prove emergenti per un aumento del contributo mediato dal microbioma nelle donne ai fattori di rischio cardiovascolare e alle comorbidità inclusi processi infiammatori, malattie autoimmuni, patologie oncologiche, disturbi cardio metabolici e depressione maggiore.

Vi consigliamo la visione del video della campagna #staizitta, promossa da Michela Murgia, con una raccolta di tutte le altre frasi che non vogliamo sentire più
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