Dopo la prima comparsa del #LongCovid su Twitter nel maggio 2020, oggi il termine Long Covid è stato riconosciuto anche dalla letteratura scientifica mondiale.

Che cos’è il Long Covid

Si tratta della persistenza di sintomi dopo 4 settimane dall’infezione da SARS-Cov-2, evenienza piuttosto frequente indipendentemente dalla gravità dei sintomi all’esordio, tra chi è stato paucisintomatico e chi ha necessitato di ricovero ospedaliero e di ossigeno.
Il sintomo prevalente tra chi soffre di Long Covid è la fatigue intesa come facile affaticabilità a lavori fisici o mentali, demotivazione e difficoltà di concentrazione. Un’ipotesi causale potrebbe essere uno stato di neuroinfiammazione dei lobi cerebrali frontali che persiste a seguito di un ridotto drenaggio linfatico attraverso la lamina cribrosa in presenza di un danno dei neuroni olfattivi. Altre cause possono risiedere in fattori psicologici e sociali associati alla pandemia da COVID 19 o il persistere di un danno diretto da infezione ai muscoli scheletrici che portano a debolezza, affaticabilità e infiammazioni muscolo-tendinee.
Un altro sintomo molto presente è la dispnea, una sensazione di fiato corto, che alcuni studi ritrovano in quasi la metà dei guariti da COVID 19 anche dopo 60 giorni. Qui i meccanismi causali sono più intuitivi, essendo il SARS-Cov-2 un virus con un tropismo prevalentemente polmonare, dove, alla risposta infiammatoria, seguono processi di fibrosi che alterano la capacità di scambio dei gas tra alveoli e capillari.
Le sequele a livello cardiovascolare sono riscontrate soprattutto in termini di miocarditi e alterazioni della regolazione del sistema nervoso autonomo.
La particolarità è che questi danni si riscontrano anche in giovani atleti che, quindi, devono sottoporsi ad approfondimenti sulla loro funzione cardiaca prima di rimettersi a gareggiare per escludere miocarditi residue.
La Federazione Medico Sportiva Italiana, del resto, aveva già da mesi emanato delle precise indicazioni sugli esami richiesti per tornare alle competizioni: eco Cuore, ECG Holter 24 ore, etc in base alla gravità della malattia trascorsa. (vedi anche http://www.sport.governo.it/media/2422/circolare-idoneita-sportiva-np-covid-13-1-20.pdf)
Anche in questo caso, i responsabili sono i recettori ACE ai quali si lega il Coronavirus e che sono espressi abbondantemente sulle cellule miocardiche e sull’endotelio vascolare.
Sono riportati nei vari studi anche disturbi cognitivi, dal cosiddetto brain fog (un senso di ottundimento) a forme di vero e proprio delirio, oltre a PTSD, depressione, ansia, sintomi ossessivo-compulsivi, insonnia…
Queste situazioni si riscontrano maggiormente nei pazienti sopravvissuti a lunghe degenze nelle terapie intensive.

Gli impatti sulla salute mentale

Ad impattare sulla salute mentale nel post COVID stanno influendo anche le gravi e innaturali situazioni di isolamento, solitudine, impoverimento, disoccupazione, perdita del potere d’acquisto. Inoltre, ora, stiamo assistendo anche al rischio del protrarsi di forme di (auto)isolamento sociale tra vaccinati e no-vax / pseudo-no-vax / vax-titubanti!
Tutto questo si somma ai già noti meccanismi di neuro-infiammazione che si cronicizza a livello del sistema nervoso centrale.
Malgrado alcuni meccanismi fisiopatologici siano alquanto chiari o convincenti, resta ancora molto dibattuto il ruolo del Sistema Immunitario e della sua ipo o iperreattività nell’evoluzione della malattia e delle sequele nel long covid.
Al momento riconosciamo solo alcuni fattori di rischio come l’età superiore ai 50anni, la presenza di patologie pregresse, in particolare ipertensione, obesità, diabete, disturbi psichiatrici, condizioni di immunosoprresssione, oppure l’esordio della malattia acuta con più di 5 sintomi.

Ma come possiamo ora gestire il long covid?

L’Organizzazione Mondiale della Sanità WHO e il Long COVID Forum Group hanno delineato delle Linee Guida che si basano su un approccio olistico (o integrato, come diremmo noi) che parte da una presa in carico del vissuto del paziente, dei sintomi riferiti, approfondimenti per fare diagnosi differenziale (perché non esiste solo in COVID!), test funzionali cardio respiratori fino a terapie specialistiche pneumologiche per contrastare la fibrosi polmonare, cardiologiche per il supporto farmacoligico specialistico, o programmi di riabilitazione fisica in caso di fatigue, e anche strategie di coping e di gestione delle stress e le varie forme di supporto psicologico.
Tutto questo andrebbe attuato in maniera simultanea e flessibile, in attesa che i numerosi trials su antistaminici, antidepressivi, esercizi respiratori, supplementazioni con vitamina C, nicotinamide, fermenti lattici, anticorpi monoclonali diano qualche risultato.

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Sintomi da Long Covid